A cura dell’Avv. Ilaria Berni (socio Agi Lazio).

Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, G.U. Dr.ssa Valentina Cacace, sentenza n. 4354/2019

Con sentenza n. 4354, depositata l’8.5.2019, il Tribunale di Roma si è pronunciato sul caso di una lavoratrice, la quale aveva svolto mansioni di responsabile commerciale, per una società con meno di quindici dipendenti, in forza di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, cui era seguita, la sottoscrizione di un verbale di conciliazione sindacale, implicante la rinunzia ad impugnare ogni pregresso rapporto, in cambio di una modesta somma di denaro e dell’assunzione a tempo indeterminato e parziale, con contratto di lavoro subordinato a tutele crescenti. L’interesse della sentenza ruota attorno alla domanda di accertamento e declaratoria dell’invalidità del verbale di conciliazione sindacale, impugnato dalla ricorrente per violenza morale, dopo la cessazione di ogni rapporto con la datrice di lavoro.

Premesso che l’ultimo comma dell’art. 2113 c.c. – da ritenersi norma eccezionale, insuscettibile di applicazione analogica o di interpretazione estensiva –  fa espresso riferimento all’art. 412-ter c.p.c., secondo cui i contratti collettivi, sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative, possono prevedere le modalità e le sedi per le conciliazioni e gli arbitrati, nelle materie di cui all’art. 409 c.p.c., il Tribunale, con un primo motivo di carattere formale,  ha accertato che il CCNL applicato dalle parti non prevedeva alcuna regolamentazione in materia. Pertanto, il verbale impugnato dalla ricorrente non poteva considerarsi ricompreso nell’alveo di applicazione dell’art. 412-ter cit., ancorché sottoscritto alla presenza di un sindacalista. Con un secondo motivo, di carattere sostanziale, invece, il Tribunale ha ritenuto che il sindacalista presente non avesse prestato un’effettiva assistenza alla ricorrente, non avendole chiarito l’effettiva portata delle sue rinunce in relazione al contenuto del suo rapporto di lavoro. Doveva, dunque, escludersi che la ricorrente avesse espresso il proprio consenso, in modo effettivamente libero e consapevole. Da ultimo, il Tribunale ha respinto l’eccezione sollevata dalla resistente, in ordine all’intempestività dell’impugnazione del verbale, in quanto, ha ritenuto che l’assunzione a tempo indeterminato e parziale, con contratto di lavoro subordinato a tutele crescenti, anche perché contestuale, fosse la reale contropartita delle rinunce. Il termine decadenziale di cui all’art. 2113, comma 2, c.c., quindi, doveva farsi decorrere dalla data del licenziamento anziché dalla data di sottoscrizione del verbale di conciliazione.

 

 

 

 

 

 

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