A cura dell’Avv. Francesca Buccellato (1).

Un lavoratore, dipendente di una società a responsabilità limitata, impugnava giudizialmente, dinanzi al Tribunale del Lavoro di Velletri, il proprio licenziamento e ne otteneva l’annullamento con ordine di reintegrazione cui faceva seguire l’esercizio del diritto di opzione.

Nelle more, la società anzidetta apriva la fase di liquidazione e, infine, si cancellava dal registro delle imprese lasciando insoddisfatto il credito del dipendente per l’intervenuta sua estinzione.

Il dipendente, quindi, agiva dinanzi al Tribunale Civile di Velletri verso il liquidatore per far valere la responsabilità di cui all’art. 2495 c.c. ma vedeva respingersi la domanda.  Proponeva quindi impugnativa dinanzi alla Corte d’Appello Civile di Roma che si concludeva con la sentenza n. 3070 del 10.05.2019, in commento, con la quale otteneva la condanna del liquidatore della società a risarcirgli il danno patito in misura pari al credito insoddisfatto.

Afferma, in via generale, la Corte d’Appello nella citata sentenza, che il liquidatore risponde a titolo di responsabilità extracontrattuale ove il creditore sociale insoddisfatto dia prova della consapevolezza (o della conoscibilità, secondo il criterio della diligenza professionale) della possibilità di soddisfare, anche solo parzialmente, con la massa attiva, i creditori della società e che la responsabilità sussiste anche in caso di condotta colposa o dolosa del liquidatore che abbia condotto alla eliminazione della massa attiva.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha accertato che il dipendente ha fornito la prova di circostanze idonee a far emergere la responsabilità del liquidatore ovvero: la sussistenza di una massa attiva idonea a soddisfare il suo credito cui è seguito un ingiustificato azzeramento di tutte le poste attive esistenti all’inizio della liquidazione; la rapida chiusura della procedura di liquidazione; la mancanza, nel bilancio finale di liquidazione, in spregio alle regole di buona contabilità, del rendiconto degli amministratori; la mancanza del primo bilancio di liquidazione (con relativo bilancio iniziale) in quanto la liquidazione ha avuto termine prima della data di chiusura dell’esercizio; la mancata iscrizione in un fondo rischi nel conto economico del credito del lavoratore, nonostante fosse noto al momento della chiusura del bilancio finale, come impongono le regole di prudenza che disciplinano le modalità di redazione del bilancio; la sua mancata menzione nella nota integrativa.

Sulla base di tali circostanze la Corte d’Appello ha rilevato come fosse evidente che il bilancio di liquidazione, così redatto, aveva impedito la soddisfazione del credito del lavoratore.

In conclusione, la Corte d’Appello di Roma ha dichiarato la responsabilità, ai sensi dell’art. 2495 c.c., del liquidatore per aver omesso il pagamento del debito sociale, certamente noto al momento della liquidazione dei beni della società, con conseguente condanna di pagamento.

(1) Avvocato in Roma – studentessa presso la Scuola di Alta Formazione AGI

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